1a recensione: “Correre o Camminare?” – Dott.Paolo Sossai

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Correre o camminare?

Commento al lavoro di:

Williams PT and Thompson PD. Walking versus Running for Hypertension, Cholesterol, and Diabetes Mellitus Risk Reduction. Arterioscler Thromb Vasc Biol 2013; 33: 1085-1091.

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Nel maggio 2013 è apparso in letteratura scientifica un interessante lavoro tecnicamente definito di tipo prospettico (cioè uno studio fin dall’inizio programmato nelle sue parti e non analisi “a posteriori” dei dati raccolti senza un iniziale piano di lavoro) che aveva come obiettivo di confrontare  l’efficacia di corsa e camminata nei riguardi di alcuni fattori di rischio cardiovascolare: ipertensione, colesterolo, diabete mellito.

I gruppi che si sono confrontati erano così composti: “runners” (corridori) 33066 soggetti (51.4% maschi) con età media (ponderata) di 44.7 anni e “walkers” (camminatori) 15945 soggetti (21.0% maschi) con età media (ponderata) di 54.9 anni.

La ricerca è stata condotta negli Stati Uniti e in prevalenza i partecipanti erano di razza bianca (89.1% dei partecipanti).

L’indicazione dell’area geografica e della composizione razziale di uno studio sono elementi fondamentali per considerare correttamente l’applicabilità di tali studi in ambiti diversi da quello di origine. Anche la recente storia di alcuni studi scientifici in Medicina ci ha insegnato, o meglio, avrebbe dovuto insegnarci, tale importanza.

Lo studio di Williams e Thompson ha avuto una durata media di follow up di 6.2 anni (cioè i partecipanti allo studio  sono stati seguiti per un tempo medio di 6.2 anni).

Gli Autori avevano inoltre suddiviso i gruppi in base al livello dell’impegno fisico misurato tramite METh/d (Metabolic Equivalent of Task) che è un parametro che misura il consumo di energia.

I risultati evidenziano che vi è una sostanziale equivalenza nella riduzione dei fattori di rischio cardiovascolare sopra riportati nei due gruppi analizzati, anzi nel gruppo dei “walkers” vi era una maggiore e significativa riduzione del rischio di ipercolesterolemia rispetto ai “runners”.

L’equivalenza statistica dei risultati si otteneva anche nei sottogruppi con analogo impegno energetico.

Pur ritenendo interessanti le conclusioni dello studio che evidenziano il fondamentale ruolo della camminata nella riduzione dei rischi cardiovascolari (analogo a quella della corsa), ci permettiamo di fare alcune osservazioni metodologiche e cliniche:

  1. per poter definire una riduzione di rischio occorre confrontare i gruppi presi in considerazione con un gruppo di controllo che non è stato esplicitato dagli Autori del lavoro;
  2. i dati ottenuti per ogni partecipante allo studio sono “self reported” cioè tutti i dati, compresi quelli di attività fisica, non sono obiettivabili ma frutto di una raccolta dei dati dichiarati dai soggetti stessi, portando quindi a probabili errori (detti tecnicamente “biases”) di misura;
  3. la netta differenza di composizione di sesso tra i gruppi (solo 21% di uomini nel gruppo degli “walkers”) e di età (nettamente superiore per gli walkers)  rendono ancora più interessanti i risultati ottenuti, cioè nel gruppo di soggetti più anziani e con maggiore presenza di donne in post-menopausa, e quindi come tali a maggior rischio cardiovascolare, si è ottenuto una equivalenza di risultati rispetto ai “runners” che erano più giovani e con minor componente di donne in post-menopausa.
  4. Altro punto rilevante è che un follow up di circa 6 anni in soggetti che mediamente hanno 44.7 anni (runners) è biologicamente ben diverso rispetto a soggetti che mediamente hanno già 54.9 anni (walkers): ovverosia, nei soggetti più anziani è già “a priori” più facile l’instaurarsi dei fattori presi in considerazione nel lavoro (ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia e diabete mellito) e se ciò non è stato evidenziato nello studio, ancor a maggior ragione il cammino svolge un ruolo preventivo rilevante;
  5. come già da noi pubblicato a proposito di Nordic Walking e diabete mellito ( Sossai P. et al., J Sports Med Phys Fitness. 2013; 53:336-7) riteniamo sicuramente interessante misurare la riduzione dei fattori di rischio in corso di specifiche attività fisiche ma è ancor di più rilevante confrontare tali attività con end point (misure finali) di ancor maggior rilievo (“hard”) quali la mortalità, ospedalizzazioni complessive o per gruppo di patologie, assenze dal lavoro, ecc.
  6. è evidente che per realizzare quanto riportato al punto 4 gli studi sono più complessi, di durata sicuramente maggiore e quindi anche con costi complessivamente maggiori;
  7. ultimo punto, ma non sicuramente per importanza metodologica, è il seguente: gli Autori dello studio riferiscono di aver analizzato le variazioni di rischio utilizzando l’analisi di Cox: questo tipo di analisi generalmente si utilizza negli  studi di sopravvivenza e non in quelli di rischio, come qui riportato.

Pur con le osservazioni sopra riportate, i risultati di Williams e Thompson confermano la necessità di ampliare il numero di soggetti di qualsiasi età che praticano l’esercizio della camminata, in tutte le sue forme, al fine di migliorare la salute complessiva dell’Uomo.

L’importanza dell’esercizio fisico è sistematicamente evidente nella Medicina Evoluzionistica che analizza le patologie in un’ottica di più ampio respiro, con particolare attenzione al rilevante dissincronismo  tra la biologia (che si adatta molto lentamente) e il rapido modificarsi delle condizioni ambientali: l’Uomo è nato per muoversi, magari a passo di Nordic Walking!

Paolo Sossai, Vice Presidente della Nordic Walking Academy e Direttore della Commissione Tecnica Scientifica della medesima Associazione. (contact: paolosossai@libero.it)

L’Autore di questa revisione ricorda sempre con piacere le interminabili discussioni da circa un ventennio con il Prof. Baldovino Sponga, biostatistico, sui problemi di metodologia degli studi clinici e dal quale ha ricevuto molto e, forse, dato qualcosa nella corretta interpretazione dei lavori scientifici.

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